Cenni storici

Una pioggia improvvisa che interruppe i progetti di svago di tre gentiluomini partenopei fu invero l’acqua ristoratrice che favorì il primo germoglio di quella che, tra il XVIII e il XIX secolo, divenne una delle più attive ed importanti Opere di Carità napoletane.

Una mattina festiva dell’anno 1734, infatti, Don Francesco Cerio, Don Domenico Orsino e Don Nicola Antonio Pirro Carafa, a causa di un acquazzone imprevisto, si videro costretti a rinunciare al programma di una gita in campagna. Rifugiatisi presso il Chiostro del Monastero dei Padri Carmelitani Scalzi, allora sito all’altezza dell’odierno Museo Nazionale, venne loro l’idea di destinare il budget previsto per la scampagnata ad una qualche opera di bene. Proprio in quel momento si parò loro incontro un mendico malamente coperto da laceri stracci ed assai sofferente, così seminudo, sotto le sferzate impietose della pioggia. In quel preciso istante e quasi all’unisono si affacciò alla memoria dei tre quel brano biblico che recita: NUDUS ERAM ET COPERUISTIS ME.

Dopo aver dunque provveduto a rivestire e rifocillare quel poveretto, ai tre gentiluomini parve cosa assai edificante e ne trassero tanta soddisfazione da decidere di dar vita ad un Sodalizio destinato a tale tipo di pia attività, appunto quella di rivestire i poveri nudi e vergognosi. Va da sé che quel verso biblico divenne da subito il motto ufficiale di tale nascitura impresa.

Cominciarono così, insieme ad una prima decina di parenti e amici, a riunirsi periodicamente in quel Chiostro, ospitati e coordinati  dal Reverendo Padre, Priore dei Carmelitani Scalzi, Giuseppe Mari a di San Carlo, il quale si era  dal primo giorno unito all’entusiasmo dei tre gentiluomini e ne aveva subito raccolto e condiviso intenti e progetti, tanto da suggerire di votare tal nobile iniziativa a San Giuseppe, scegliendolo come Patrono del nascente Sodalizio.

Nel corso della prima riunione non ancora ufficiale, avvenuta il giorno 8 Dicembre 1739, i primi confratelli  pronunciarono voto e supplica al Santo per ottenere “… la gran protezione Vostra di farli la Grazia di volerli arrolare col vincolo della fratellanza per impiegarsi nella vestizione dei poveri nudi e vergognosi, ricevendo tal singolarissima Grazia da Voi in unione con Gesù e Maria.”

In poco più di un anno il numero dei Confratelli aumentò sensibilmente e le oro donazioni, generose e frequenti, permisero la fondazione di un Oratorio all’interno del Chiostro dove il 6 Gennaio del 1740 avvenne la prima riunione ufficiale che diede base stabile al Pio Sodalizio, con la redazione di uno Statuto ed una prima Delibera  che decideva una distribuzione di abiti ai poveri durante la terza Domenica dopo la Pasqua di quell’anno, giorno in cui si festeggiava il Patrocinio di San Giuseppe.

L’approvazione generale che il Sodalizio cominciò assai presto a raccogliere presso tutti gli ambienti cittadini, fu tale che Sua Maestà Carlo III non soltanto gli impartì il suo ambito assenso con il Regio Decreto del 30 Luglio 1740, ma concesse l’onore di dichiararsene Confratello Fondatore e Perpetuo.

Negli anni tra il 1743 ed il 1750 il costante aumento delle attività del Sodalizio permise l’acquisto di un suolo ove edificare la propria Chiesa dedicata al Santo Patrono, e con essa altri spazi attigui necessari alle funzioni organizzative dell’Opera Pia. Grazie agli accordi tra Don Francesco Cerio ed il Duca di Chiusi fu scelto come sito l’antico Monastero dei Padri Agostiniani, con l’annessa vecchia Cappella detta di Santa Maria degli Ulivi, nella contrada collinare allora detta La Castigliola, di proprietà, appunto, del detto Duca di Chiusi  e sita appena sopra le gradinate di San Potito, ancora oggi conosciute come tali.

A partire dal 1743 furono stipulati preso il notaio A. Pollecino (anch’egli recente Confratello del Sodalizio) gli Istrumenti contrattuali ed avviate  operazioni, trattative e appalti  necessarie per l’edificazione della Chiesa Nuova, prevista di poco discosta da quel che restava della vecchia chiesetta di S.Maria degli Ulivi (anche conosciuta come “dell’Olivella”, così come il Monastero Agostiniano lo era come “degli Agostinelli”). Il giorno 8 del Giugno  1750 fu gettata e benedetta la prima pietra del Tempio; tra i curatori dei progetti architettonici spicca il nome del Regio Architetto G. del Gaizo, al quale è dovuta anche la realizzazione dell’altare in marmo. La Chiesa fu aperta al culto il 4 Gennaio del 1756, ma solo qualche anno dopo fu consacrata dal Vescovo di Baiano, Mons. Nicola Rossetto, con il titolo di Chiesa di San Giuseppe dell’Opera di vestire i Nudi.

Con l’annessione del giardino (un tempo Chiostro degli Agostinelli) e di altre strutture adiacenti, nel 1793 si vide completato l’attuale complesso che si estende dall’edificio numero 75 sito in Largo San Giuseppe dei Nudi fino al numero 10 della attuale via Mancinelli (già vico S. Giuseppe dei Nudi).

Il favore di Sovrani e Pontefici, che mai mancò alla nobile Istituzione, si espresse in particolar modo  attraverso concessioni particolari, esenzioni tributarie e periodiche Bolle e Brevi. Ricordiamo qui il Real Decreto del 21 Giugno 1788 voluto da Ferdinando IV  e con il quale si liberava il Pio Sodalizio dal peso di non pochi tributi; il Titolo di Arciconfraternita conferito da Benedetto XIV, anche egli iscritto tra i Confratelli  e l’estensione a Real Arciconfraternita in seguito concessa dal… Confratello Sovrano.

Il particolare prestigio acquisito nel corso di quegli anni favorì un notevole sviluppo delle attività ed una solida persistenza dell’Opera su tutto il territorio del Regno.

Nel 1888 si eseguirono i lavori di completa ristrutturazione della Chiesa ed a tal periodo risalgono alcuni affreschi ad opera del Maestro A. D’Agostino. Nello stesso periodo si provvide per la prima volta al restauro dell’organo, strumento di chiare origini settecentesche, con molte probabilità trasportato dalla vecchia Cappella di S.Maria degli Ulivi, oppure, come altri ipotizzano, frutto di una delle prime donazioni risalente agli anni in cui fu inaugurata la nuova Chiesa, tuttavia a sostegno di questa ultima tesi  non v’è alcuna traccia negli archivi. È importante ricordare che, se opportunamente restaurato, questo antico strumento a risulterebbe tra i pochi coevi ancora in grado di tradurre il soffio del mantice in imponenti accordi.

La Chiesa e le sedi amministrative dell’Arciconfraternita, oggi Fondazione e Monte, custodiscono diverse altre testimonianze dell’arte e dell’artigianato artistico napoletani tra i secoli XVII e XIX; la pinacoteca, seppur modesta, vanta più di un pezzo di notevole interesse; esiste pure una piccola ma non disprezzabile collezione di paramenti sacri ed oggetti di culto, e diverse reliquie, talune corredate di documenti curiali di certificazione ed autentica, custoditi nell’archivio.

La reliquia che però fino ad oggi ha suscitato il maggior interesse è quella del Bastone di San Giuseppe, oggetto di assidua venerazione, fino a pochi decenni fa sempre esposto durante le solennità religiose celebrate dall’Arciconfraternita ed alle quali partecipavano  intere folle di fedeli, non di rado in presenza di membri della famiglia reale ed alte cariche del clero e dell’aristocrazia napoletana.

Questa reliquia merita particolare attenzione anche in virtù della singolare storia che la accompagna e che vede tra i protagonisti una figura facilmente comparabile a quella di un attuale rock star: don Nicolino Grimaldi, napoletano, tra le voci bianche dell’epoca una delle più apprezzate e richieste e che gli valse non poche onorificenze, anche fuori dal patrio Regno. Fu Cavaliere dell’Ordine veneziano di San Marco, in stretti rapporti con l’ambasciatore della Serenissima a Londra, dove spesso si esibiva, artista molto gradito a S.M. Anna d’Inghilterra. Come si evince da una dettagliata documentazione conservata negli Archivi della Fondazione, nel 1712 don Nicolino, grazie ai favori di cui godeva presso la corte d’Inghilterra, riuscì a salvare dalla pena capitale un suo conoscente, tale  Sir Richard Hampden. Questo giovane pare che si fosse macchiato del delitto di “fellonia”, cosa che per un aristocratico rappresentava una colpa assai grave, in virtù di quei canoni cavallereschi ancora molto influenti in tutti i Regni dell’Europa centro- settentrionale.

Il caso volle che la famiglia di sir Richard custodiva da secoli la famosa reliquia, arrivata in Europa, come si narra anche di molte altre, a seguito delle prime Crociate. Nel secolo XV il bastone si trovava presso un monastero di Padri Carmelitani, sito nella regione inglese del Sussex. Un avo degli Hapden, sir Arthur Thompson, allora Duca del Sussex, lo portò via ai monaci, esigendone il possesso. La madre di sir Richard, Lady Margaret Hampden, onorò il debito di riconoscenza accogliendo positivamente la richiesta di don Nicolino  di ricevere in dono quella Santa Reliquia. Il Bastone giunse a Napoli e nel 1795 la reliquia fu trasferita alla Real Arciconfraternita e Monte di San Giuseppe dell’Opera di vestire i Nudi e Vergognosi.

A tal proposito va ricordato che in occasione della prima esposizione pubblica della reliquia, avvenuta nel 1796 con un ottavario inaugurato per l’occasione nella neonata  chiesa dell’Ente, il maestro Giovanni Paisiello, allora nominato Maestro di Cappella Straordinario, si occupò sia della scelta e dell’esecuzione delle partiture che della gestione dei musicisti e dei coristi, offrendo a titolo di donazione tutti i compensi degli stessi.

Questi brevi cenni storici non sono che una sinossi di quanto ancora ci sarebbe da raccontare circa i meriti acquisiti dal Pio Sodalizio in virtù della costante dedizione espressa nello svolgimento delle diverse attività di soccorso e beneficenza; come ancora si potrebbe narrare della partecipazione e dell’impegno che alla Nobile Istituzione hanno dedicato tanti nomi illustri si dell’aristocrazia e del clero a cavallo tra i due Regni e sia delle diverse Autorità  che si sono avvicendate  nel corso della Storia del Nostro Paese.

Archivio Storico dell’Opera di San Giuseppe dei Nudi

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